NURSING REUMATOLOGICO

L’infermiere analizza i bisogni, gestisce l’attuazione dei percorsi assistenziali,
di prevenzione ed educazione terapeutica

Quando si parla di medicina di genere si tende erroneamente a ritenere che ci si stia occupando essenzialmente delle “malattie delle donne”. In realtà lo scenario è ben più ampio e complesso. La differenza di genere comporta una diversa espressività clinica e di decorso delle varie malattie e soprattutto una diversa risposta ai farmaci.

La diversità nelle espressioni di diverse malattie reumatiche tra uomini e donne ha portato al consolidarsi di alcuni pericolosi stereotipi, quali: la gotta e la spondilite anchilosante sono malattie dell’uomo, mentre l’osteoporosi e la fibromialgia sono malattie delle donne.

In realtà, le malattie citate si esprimono in maniera diversa nei due sessi sotto vari profili: età di esordio, decorso e sintomatologia. Ignorare queste differenze può portare a conseguenze di non poco conto, quali: ritardata diagnosi, esposizione a trattamenti non indicati e ad elevato rischio potenziale di effetti collaterali. Sottovalutare l’osteoporosi nell’uomo può portare alla dolorosa constatazione di trovarsi di fronte a gravi ed ormai inevitabili complicanze di una malattia a lungo ignorata per “difetto di sospetto”. Lo stesso vale per una ritardata diagnosi di gotta in una donna in età post-menopausale, troppe volte scambiata per un’artrite di altra natura e trattata in modo anche aggressivo, senza alcuna efficacia e con comparsa di un ampio spettro di effetti collaterali.

Sul versante infermieristico, una differenza di genere, troppo spesso sottovalutata, riguarda la modalità di comunicazione e, più in generale, il rapporto infermiere-paziente. Le parole, come i farmaci, possono indurre reazioni molto diverse in rapporto alle caratteristiche di chi ascolta. Tra i fattori che influenzano il risultato dell’interazione infermiere-paziente, la differenza di genere riveste un ruolo fondamentale. In uno scenario assistenziale perfetto non si può realisticamente prospettare che il rapporto infermiere-paziente possa avvenire con modalità del tutto analoghe, indipendentemente dal fatto che il paziente sia un uomo o una donna.

Sensibilità, paure, pregiudizi e modalità di reazione hanno un forte condizionamento di genere. Nella esperienza clinica di ognuno di noi è ben chiaro che non si può dire la stessa cosa, allo stesso modo, ad un uomo e ad una donna. La nostra esperienza in termini di educazione terapeutica non lascia dubbi in proposito. Tempi, reazioni, quesiti, dubbi, fobie e ogni altra reazione documentabile nel contesto di un colloquio sono molto diverse in rapporto al genere, di chi parla e di chi ascolta.