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Nei giorni scorsi, diverse testate giornalistiche, hanno riportato a caratteri cubitali, sulla cronaca nazionale, l’ennesimo caso di “malasanità”, se così può definirsi ciò che è accaduto all’ospedale Umberto I di Roma.
L’episodio risale al mese di Giugno, quando un senatore viene ricoverato nell’unità operativa di medicina interna per una “polmonite virale, con affaticamento respiratorio”.

Una studentessa in infermieristica, che faceva tirocinio pratico nel reparto in questione, all’indomani del ricovero scrive su facebook, una lettera aperta al direttore dell’ospedale, narrando la sua versione dei fatti ed esprimendo in modo palese il proprio disappunto su quanto avvenuto.

Riporto il testo originale della lettera, che credo possa meglio far comprendere lo stato d’animo della giovane collega: "Una sera, verso le 20 - scrive la giovane - ho notato una certa agitazione da parte del personale. Due pazienti, senza ricevere alcuna spiegazione, sono stati spostati in stanze in cui erano presenti già altri quattro letti, mentre quella in cui si trovavano loro è rimasta vuota. Lo stato di agitazione continuava: apriamo le finestre, spruzziamo un deodorante, il nuovo letto deve essere perfetto. Il nuovo letto. Uno solo. Io non ho molta esperienza, per questo mi è sembrato naturale chiedere lumi. 'Domani arriva il senatore. Deve stare in una stanza singola, disposizioni del primario.' Di primo acchito, non ho capito molto di ciò che mi era stato comunicato. Perché mai il senatore dovrebbe stare in una stanza singola? Con la penuria di letti che abbiamo, tra l’altro?.... Può anche solo lontanamente immaginare l’umiliazione che ho provato nel comunicare ai due pazienti che occupavano la stanza sgomberata per far posto al senatore che avrebbero dovuto spostarsi? 'Voi siete malati di serie B, dovete far spazio al malato di serie A.' Quel compito ingrato, me lo lasci dire, sarebbe toccato a lei, professore. Non a una studentessa che non riesce a farsi una ragione di episodi del genere. La prego, con tutto il cuore, di non lasciarmi con la sensazione amara che “tutti i pazienti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri."


Commento
Episodi di questo tipo dovrebbero portarci ad una serie di riflessioni.
Questo fatto ha avuto un’ampia eco a livello dei media. Lo scenario è quello classico dei privilegi insopportabili dei politici, delle infinite ingiustizie e disuguaglianze di una società stratificata per livelli diversi di “casta” dove tutto è concesso a chi è al vertice e nulla a chi ha la sfortuna di trovarsi alla base della piramide.
Questa prima lettura semplicistica andrebbe però riconsiderata alla luce di una serie di elementi che riguardano il complesso rapporto tra regole, discrezionalità e prassi. Non vi è dubbio che in un mondo perfetto le regole non possono che essere uguali per tutti. Nel mondo reale l’applicazione automatica delle regole avviene in casi rarissimi e può addirittura comportare problemi di natura rilevante e l’uso di una discrezionalità intelligente che consente di armonizzare al meglio il contrasto esistente tra una regola rigida e la necessità di tenere conto di specifiche circostanze che possono giustificare eccezioni eticamente e logicamente accettabili quando ciò non comporti la palese violazione dei diritti altrui. Se si accetta l’idea che in casi specifici non si possa derogare dalle regole di base, allora nessun medico o infermiere potrebbe chiedere un parere o una valutazione clinica da parte di un collega senza rispettare il normale iter burocratico.
Credo che sia del tutto utopistico pensare che anche un valente professionista possa mantenere lo stesso tipo di atteggiamento indipendentemente dalla persona che si ha di fronte ed a prescindere dal suo ruolo, da eventuali legami affettivi o di amicizia. Una discrezionalità contenuta nei limiti della correttezza, della onestà e del rispetto dei diritti altrui non può essere oggetto di semplicistiche condanne. Riesce difficile immaginare che la studentessa in infermieristica, una volta acquisito il suo diploma ed una sua posizione all’interno del mondo sanitario non attuerà forme diverse di discrezionalità nel modo di trattare i pazienti. Poco importa che si tratti di senatori, premi nobel, amici o parenti. Chi può indicare qual è la giusta linea di demarcazione tra quello che è un modo di comportamento di prassi ampiamente consolidata in tutto il mondo ed una ingiusta discriminazione meritevole di una condanna, senza appello, sul piano etico?
Quello che mi sembra criticabile è il modo ed i toni con i quali la studentessa ha espresso il proprio parere in merito alla dinamica dei fatti riportati. Viene in mente il motto latino “est modus in rebus”. Quando si è parte di un team, indipendentemente dal ruolo rivestito, è corretto ed auspicabile che eventuali posizioni di tipo critico o propositivo vengano discusse in modo aperto e leale all’insegna dei principi di risk management il cui obiettivo fondamentale non può che essere quello della caccia all’errore e non all’errante in un clima che poi deve essere anche critico ma certamente non tale da creare conflitti e portare ad inopportuni giudizi sommari.

 (Tratto da http://roma.corriere.it/ “Umberto I, «arriva il senatore»Pazienti sfrattati dalla stanza”, 12 Agosto 2014)